Antonio Giuriolo, il piccolo maestro

di Redazione -

27.04.20

Antonio Giuriolo, il piccolo maestro

 

 

Dobbiamo principalmente a Luigi Meneghello il merito di aver tenuto vivo il ricordo di Antonio Giuriolo e di aver fatto conoscere questo «prodigioso e misterioso maestro», schietto antifascista, legato al movimento liberalsocialista, e partigiano. Lo troviamo fra i protagonisti de I piccoli maestri, libro sulla Resistenza nel Veneto, scritto in chiave di epica antieroica. Più ampio spazio gli è tuttavia riservato in Fiori italiani, rivisitazione dell'apprendistato culturale giovanile sotto il fascismo: le pagine finali sono un commosso tributo a questo «educatore senza cattedra»: «Frequentando Antonio si cambiava quasi a vista d'occhio: di mese in mese ci si trovava ad avere abbandonato questo o quel punto delle dottrine o credenze correnti [...]. Antonio non separava ciò che studiava e pensava per conto proprio da ciò che insegnava a noi. Era proprio questa la forza del suo insegnamento: non c'era tono didascalico, non svolgeva un programma. Parlava delle cose a cui si stava interessando senza proporsi di dimostrare qualcosa, o di convincerci. [...] Viveva dando lezioni private. Non poteva insegnare nelle scuole perché non voleva iscriversi al fascio. Era questa la cosa che per prima ci faceva sgranare gli occhi conoscendolo, il primo segno di una qualità ignota all'ambiente culturale in cui eravamo cresciuti».

Di lui ricorda ancora Enzo Enriquez Agnoletti: «Toni era un uomo di grande cultura e di grande finezza critica, non sceglieva il proprio dovere senza una profonda riflessione.[...] Aveva un tale orrore dell'accademismo della cultura italiana, del suo dire e non fare, che aveva bisogno, per sentirsi la coscienza tranquilla, di difendersi con l'azione consapevole. Aveva in sé il senso religioso della redenzione. [...] Per noi liberalsocialisti, dal '37 al '43, il Veneto era un nome: Giuriolo. Toni lavorava senza soste, fiducioso, amaro e delicato come era lui. E sempre come un po' distaccato».

Così, infine, Mario Mirri, altro esponente del Partito d'Azione, allora giovane studente: «Il rapporto con il gruppo di Giuriolo fu accettato, anzi, ricercato, proprio perché Giuriolo ci apparve subito come una delle persone più colte della Vicenza di allora, dotato di una finissima sensibilità e di una ricca cultura letteraria, ma anche di vivi interessi storici; ma soprattutto ci apparve come l'uomo che, accanto alla grande cultura, manifestava una totale disponibilità al dialogo, sorretto da un carattere dolce e comprensivo, assolutamente generoso. [...] Egli si preoccupava di dare, essenzialmente, indicazioni di lettura; il suo intento era di offrire strumenti, capaci di dare risposte alle domande, che continuamente ponevamo. Fu insomma, per noi, qualcosa di mezzo fra un confessore laico e un libero conversatore peripatetico».

Giuriolo ha vissuto il proprio impegno di ‘intellettuale' con intensità del tutto particolare. Il rigore con cui ha sempre voluto scegliere le forme della partecipazione allo scontro esprime bene il suo atteggiamento di fondo, un bisogno forte di ‘testimoniare', senza far nulla per sfuggire alla possibilità, se necessario, del sacrificio personale. In questo ‘bisogno di testimoniare' è facilmente riconoscibile una componente religiosa, sia pure di religiosità laica: uno dei motivi primi dell'attrazione che Giuriolo aveva avvertito per le posizioni di Aldo Capitini, fin dalla lettura degli Elementi di una esperienza religiosa. Di qui la costante, particolarissima attenzione a quanto veniva elaborato nel ‘rifugio' di Perugia. Leggiamo Capitini: «In questo secolo si fa evidente, più ancora che in altri tempi, la lotta di mentalità, di modi di concepire la vita, che vanno oltre il governo degli Stati, il regolamento economico, l'ordinaria amministrazione; ogni affermazione anche politica si presenta ispirata da un proprio punto di vista religioso, che deve investire tutto e suscitare una decisione assoluta nell'impegno della vita e della morte. [...] Si sente che ogni atto deve essere illuminato da un proposito, da una direttiva, da una responsabilità. [...] Oggi più che mai non è possibile, per la folla di sollecitazioni e di pressioni anche esteriori, rifiutarsi di prendere un atteggiamento, di impegnarsi per un'idea. […] La persuasione religiosa suscita un sentimento e un'iniziativa assoluta, e un fermento da rinnovare perennemente [...] il persuaso getta il proprio peso sulla bilancia: l'essenziale è che egli compia l'atto religioso con tutte le sue forze, senza angolo di riluttanza».

Giuriolo attribuiva a queste testimonianze un senso più immediatamente politico: convinto qual era che, vivendo quotidianamente in trasparente unità di pensiero e azione, mostrando la possibilità di ricostruire in noi stessi «la pianta uomo», si contribuisse a presentare un modello di comportamento capace di diffondersi. Un modo, anche questo, per tentare di affrontare il problema iniziale, per il nostro paese, di una ‘educazione nazionale' o dell'educazione di una nuova classe intellettuale e una nuova classe dirigente, da cui derivano poi tutte le discussioni sul rapporto tra politica e cultura. Da queste premesse discendono le scelte di Giuriolo: dall'impegno nella lotta antifascista e nell'organizzazione clandestina, liberalsocialista e azionista, fino alla partecipazione nella lotta partigiana e alla morte.

 

Una ‘capacità di testimoniare' ben descritta da Luigi Meneghello in Fiori italiani: «L'influenza di Antonio veniva dal profondo dell'uomo, era essenzialmente un esempio. Ha scritto di lui un illustre studioso italiano che l'ha conosciuto: “Egli rappresentò l'incarnazione più perfetta che io abbia vista realizzata in un giovane della nostra generazione dell'unione di cultura e di vita moraleˮ. Non so nemmeno se la gente capisca più cosa vogliono dire queste parole. La cultura in questo senso è il principio informante del carattere. Non si può ‘insegnarla' come una materia di studio. Ha un'autorevolezza intrinseca, in cui non c'entrano le doti appariscenti o alcuna forma di prestigio esteriore».

Antonio Giuriolo nasce nel febbraio del 1912 in provincia di Vicenza, da una famiglia di tradizioni socialiste: il padre, noto avvocato nonché consigliere comunale ad Arzignano nelle file del partito socialista, si era prodigato per la causa operaia e, nel 1922, sarà vittima di un'aggressione squadrista messa in atto dalle locali camicie nere.

L'adolescenza e la prima gioventù di Antonio non segnalano particolari avvenimenti. Soltanto dopo aver conseguito la laurea in lettere all'università di Padova, nel 1935, comincia per lui un periodo di più attenta introspezione, di educazione personale e definizione psicologica che lasciano consistenti tracce nei suoi scritti, quasi tutti di carattere privato. Scrive in una pagina del diario, datata 1936 e riportata da Antonio Trentin: «Un giovane tedesco, caduto eroicamente nella grande guerra, ripeteva sovente a se stesso: “Tu devi diventare un titanoˮ; ed esprimeva così energicamente quell'aspirazione d'ogni anima giovanile non volgare ad elevarsi sopra la comune massa incolore, a costituirsi un carattere serio e forte, capace di dominare le tempeste della vita. Questo motto, d'ora innanzi, dev'essere anche il tuo, dev'essere la tua divisa. Devi essere un eletto, un forte. [...] Non ti devi nascondere che ti trovi in una posizione storica difficile; l'ambiente che ti circonda, ti è, in genere, ostile o diffidente; ti si guarda o come un letterato o come un sorpassato o come un intruso. Di fronte a questo ambiente, tu devi riaffermare con fierezza l'elevatezza del tuo carattere e la fede della tua anima. Bisogna che in ogni contingenza tu ti comporti in modo che ognuno ti rispetti e, se è possibile, ti ammiri; e questo non per un tuo sterile compiacimento, ma perché le tue idee religiose (nel senso più comprensivo della parola) hanno pochi difensori e bisogna quindi che questi pochi siano degni di esse e le sappiano difendere e tener alte in ogni momento della vita».

Rilette oggi, queste parole sembrano un po' altisonanti, creano forse ‘risonanze non pertinenti', ma a tale proposito proprio Meneghello ha osservato che quei pensieri non possono diventare oggetto diretto di comunicazione ad altri senza cambiare carattere. Ancora Meneghello in Fiori italiani sottolinea che il cuore di questa pagina è nel senso della necessità storica, nel dovere concreto di reagire in quel modo «perché le tue idee hanno pochi difensori»: «È la tipica posizione degli uomini a cui tocca il compito di testimoniare integralmente, in circostanze schiaccianti, e che si ritrovano a farlo praticamente da soli. Si sentono quasi gli ultimi rimasti, devono impegnare non solo tutte le loro forze, ma la personalità e la vita. C'è un effetto di raccoglimento profondo, in contrasto con le posizioni di protesta sulla cresta dell'onda, anche quelle genuinamente minoritarie, in cui c'è invece una tendenza alla diffusione estroversa. Quando Antonio assunse questa sua posizione nel pieno del quinquennio imperiale, non c'era onda, né il senso di una minoranza vincente. C'era solo lui, con le sue ‘idee religiose'».

Ma quali erano queste ‘idee religiose'? Ancora Meneghello: «La libertà di Antonio era il nome della sola ispirazione religiosa che gli pareva possibile per dei laici. L'alimento stesso della vita intellettuale e morale. ‘Libero' come attributo delle cose umane credo che fosse per lui indistinguibile da ‘vero', ‘reale': tutto ciò che si genera di fatto negli animi degli uomini liberi; tutto ciò che sono capaci di creare. Una vita individuale, una società hanno senso in quanto si fondano su questa libertà. [...] Senza di essa non c'è alcuna società (come non c'è alcuna vita privata) che valga la pena di avere. Naturalmente questa non è una posizione politica se non nel senso più lato. Questa è semplicemente una religione».

Nella seconda metà degli anni Trenta ha inizio anche l'attività antifascista di Toni: a partire dal rifiuto della tessera fascista (che gli costerà la possibilità di insegnare e di qualsiasi sbocco professionale sicuro) fino alla costituzione del Partito d'Azione. Nel 1937 arriva il momento, per Toni, di guardare oltre Vicenza. I punti di riferimento sono Luigi Russo e Francesco Flora. Il contatto con Russo lo porta quasi contemporaneamente alla cerchia politica e culturale che fa capo ad Aldo Capitini. Giuriolo è fortemente attratto dalla tematica della nonviolenza, della non menzogna, dell'apertura all'uomo. Nella primavera del 1939 incontra direttamente Capitini a Perugia. Il colloquio dura a lungo e Capitini ne parlerà apprezzando, di Toni, la pacatezza del ragionare, l'apertura e la disponibilità al confronto, quindi all'impegno nelle questioni poste sia dalla nonviolenza sia dal liberalsocialismo. Un secondo incontro risale all'estate del 1940, a Padova.

Allo stesso periodo risalgono alcune riflessioni di Giuriolo, riportate da Trentin: «Ai giorni nostri tante istituzioni e tanti costumi [...] sono caduti in rovina o rimangono malsicuri e vacillanti: il discernimento etico si è ottenebrato, il fascino delle ultime dee superstiti, giustizia e libertà, è svanito per cedere posto all'irrisione e al dispregio; e l'individuo che a quei principi e quegli ideali s'è educato e se li trova ad ogni passo e ad ogni ora brutalmente violati e scherniti, si agita in una dolorosa perplessità e si domanda, a volte, se non sia un'utopia letteraria, un vagheggiamento dell'immaginazione, un riscaldamento a vuoto tutto quello che pur gli sembra, unica forza, dare un valore e un significato alla storia del mondo e alla vita individuale. [...]

Né il dolore né l'incertezza offrono un risultato o una via d'uscita: sono soltanto la tensione che accompagna lo sforzo dell'individuo nella sua aspirazione alla verità e al bene, sono lo stimolo alla sua elevazione; riguardano in ogni caso l'individuo psicologico nei suoi limiti e nella sua debolezza, non la verità e il bene nella sua forza e nella sua universalità; e per la personalità morale non è la sua sofferenza (o il suo gioire), ma la conquista della verità e del bene, che costituisce il suo supremo interesse».

 

La curiosità intellettuale di Giuriolo è testimoniata anche dalla conoscenza diretta della cultura francese. Nel 1938, era stato in viaggio a Parigi, in quegli anni vertice dell'intellettualità internazionale, e la città lo aveva affascinato. Lì partecipa anche a un grande comizio sindacale. Rientra in Italia portando con sé l'opera completa di Alexis de Tocqueville, la traduzione francese (lingua che leggeva correntemente) dell'Avertissement à l'Europe di Thomas Mann e altri volumi proibiti in Italia, che passano la frontiera nascosti in un'intercapedine del vagone ferroviario. A Vicenza riprende le occupazioni consuete: lezioni private, qualche gita in montagna, lunghe ore di studio in biblioteca. Leggiamo Antonio Trentin, suo biografo: «Nei quaderni di appunti di Giuriolo sono stati individuati tanti passi, nei quali egli insisteva sulla necessità che la vita morale si traducesse immediatamente in attività politica, in assunzione di responsabilità, in opere rivolte al bene dell'umanità; la sua concezione era, insomma, quella della ‘responsabilità sociale della cultura' secondo il titolo di un opuscolo che si era proposto di pubblicare nel quadro di un'iniziativa ‘azionista' vicentina nella primavera - estate del '43».

Leggiamo lo stesso Giuriolo citato nella biografia di Trentin: «Il mondo è tutto travagliato dalle scosse di una crisi violenta; è tempesta che non investe solo le vecchie istituzioni politiche e sociali, i rapporti internazionali e intercontinentali, ma anche i costumi, le idee, le fedi e le tradizioni. La guerra, se dall'esterno appare prima di tutto la febbre che brucia il corpo malato della nostra civiltà, è sostanzialmente, guardata nell'intimo, l'espressione esasperata di un completo dissidio morale e spirituale [...] la cultura sembra colpita al cuore da un'aridità progressiva, che le fa smarrire il senso della sua funzione sociale e della sua missione morale. La lezione è quella nota: riconsiderare il ruolo vero della cultura, uscire dalla ‘letterarietà', che è l'insidia sottile nella quale rischia di cascare ogni uomo di cultura: poiché il suo compito è di rielaborare valori ideali, c'è sempre il pericolo che egli si accontenti della rielaborazione in se stessa, dei valori ideali in se stessi, fuori dall'esigenza che li sollecita a riversarsi nella vita; è necessario invece affrontare il mondo con strumenti validi di comprensione e intervento, accettare convintamente la politica come espressione più alta del rapporto fra cultura e realtà civile e far vivere questa politica di una moralità netta e ben indirizzata.
Partecipare alla vita: questo è il punto. Solo così si obbliga il mondo a cambiarsi. [...] Quando la politica si fa disumana e va verso la perdizione, sono sempre gli uomini di fede che si gettano nella mischia».

 

L'opportunità di ‘partecipare alla vita' giunge di lì a poco, all'indomani dell'8 settembre: «Cominciava per me una vita tutta nuova nella quale volevo impegnarmi a fondo, con tutto me stesso, per uscirne anch'io tutto rinnovato; una vita che mi dava l'occasione, finalmente, di saggiare la consistenza della mia fede morale e politica, anche col supremo sacrificio. E fu in un'ebbrezza di entusiasmo che mi presentai ai primi partigiani e osservai il loro piglio energico e buono, le loro barbe lunghe e incolte, i loro calzoni infangati e lacerati; ed io che non so trattenermi dal sorridere dinanzi alla convenzionalità di ogni cerimoniale, mi sentii tremare di commozione quando essi mi salutarono col pugno chiuso e con le parole rituali: Morte al fascismo e libertà ai popoli! Qui veramente s'è rifugiata la nuova Italia, dissi all'amico che mi accompagnava, quella che non vuol morire, quella che sarà vittoriosa ».

 

A queste considerazioni altre si aggiungono, più amare: « La nostra vigile coscienza di uomini e italiani ci richiama immediatamente a riflessioni diverse e più austere; il nostro intelletto di persone abituate a guardare in faccia la realtà, senza veli di pregiudizi o ipocrisie, ci impone di comprendere freddamente la logica spietata, tragica della nostra situazione. La guerra finisce, ma finisce con una disfatta del popolo italiano. [...] Si può ammettere che questo tristissimo stato di cose è stato criminalmente preparato dal fascismo, ma il risultato ci colpisce tutti indistintamente nelle conseguenze vicine e remote, nel prossimo presente e nel lontano avvenire; ed è giusto che sia così, perché è il risultato del nostro indifferentismo politico, della nostra immaturità civile, del nostro secolare servilismo» [corsivo mio].

 

L'attività partigiana inizia in Friuli, nella vallata del Natisone, con i gruppi azionisti. Poi si sposterà nel Bellunese, nella valle del Mis. La lotta in montagna corrisponde a un'esigenza molto forte in Giuriolo: con il suo carattere deciso, impaziente di fronte alla prospettiva dell'azione, Toni non è tagliato per essere cospiratore, ovvero costretto alle prudenze pratiche e politiche che il ruolo comporta. Al di fuori dell'ambiente resistenziale, inoltre, feriscono la sua sensibilità alcune manifestazioni della vita quotidiana che vorrebbe darsi una parvenza di normalità: «Dopo due mesi di macchia ridiscesi in pianura e mi mescolai alla vita dei vari comitati; [...] ma quella sensazione tormentosa e soffocata di malessere, di impotenza, di solitudine mi risorgeva di continuo nel quotidiano contatto della folla. [...]

Vedevo i titoli altisonanti, coi loro caratteri funebri, dei vari giornali ufficiali, i ceffi briganteschi della gioventù fascista che pattugliava le strade, le stupide ragazze fare all'amore con i tedeschi o con i bellimbusti, la gente brulicare e ridere incosciente nelle piazze o per i caffè e mi prendeva una collera sorda contro questa Italia vile eppur nostra che vegetava tranquillamente nel lutto e la tragedia dell'ora. Come forte mi assaliva in quei momenti la nostalgia della vita partigiana! E mai con tanto abbandono come allora mi lasciavo affascinare da quella promessa di forza, di purezza, di libertà con cui le montagne, sorgenti in lontananza, mi hanno sempre consolato nelle crisi di tristezza».

 

Nella vallata del Mis, nel marzo del 1944, si aggregano a Giuriolo alcuni studenti universitari, i futuri ‘piccoli maestri' del libro di Meneghello. In maggio, il gruppo si sposterà all'altipiano di Asiago. Sulle montagne che guardano Vicenza, è ora di nuovo «adunata la bella scuola di Toni Giuriolo», considerato dai compagni «non solo un uomo autorevole», ma quasi «un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo»; un santo laico che dà fondamento, con le parole e le scelte di vita, alle idee dei Salvemini, Gobetti, Rosselli, Gramsci, che per molti giovani partigiani altro non erano se non nomi che sapevano appena ripetere.

Con il suo rigore morale e civile, Giuriolo dà un senso politico, un'identità e connotati storicamente definiti all'azione di un gruppo che rischierebbe altrimenti di essere composto soltanto « di studenti alla macchia, scrupolosi e malcontenti ». Nel loro comandante, « un italiano in un senso in cui nessun altro conoscente lo era », i giovani vicentini riescono a riconoscere il tramite fra la loro condizione, che Meneghello chiama di « catecumeni, apprendisti italiani », e la tradizione della cultura e dell'ideologia democratica.

L'attività partigiana del gruppo è drammaticamente interrotta ai primi di giugno: il rastrellamento nazifascista lo disperde e Giuriolo, sfuggito al rastrellamento, riesce a tornare a casa dopo alcuni giorni di marcia lunga e faticosissima. La famiglia lo convince – non senza fatica – a spostarsi a Bologna, da parenti, per curare una brutta ferita alla mano e allontanarsi da un ambiente in cui non è più al sicuro. Lì entra presto in contatto con i gruppi della Resistenza che combattono sugli Appennini e, appena guarito, gli verrà richiesto di assumere il comando di una Brigata Matteotti. «Temporaneamente», gli era stato detto: resterà per più di quattro mesi.

Annota Trentin: «Antiautoritario per natura, il capitano vicentino realizza nella comunità in armi che percorre le valli appenniniche un minuscolo esempio di democrazia. Perfettamente a suo agio nel vortice di questa guerra di popolo, Giuriolo è un comandante tutto particolare: guida gli altri perché essi ne riconoscono l'autorità, si fidano, lo rispettano e gli vogliono bene, ma discute con loro ogni azione da compiere ed esige che i compiti operativi siano attribuiti secondo una scelta comune e concorde. Giuriolo insegna che la guerra partigiana deve essere guerra redentrice: ma la redenzione passa prima di tutto attraverso gli individui, e allora si adopera per far capire ai compagni come la società nuova debba essere costruita dai singoli anche nelle piccole cose».

 

Giuriolo muore durante un'azione, nel tentativo di recuperare i corpi di due compagni colpiti, il 12 dicembre 1944, in località Corona. Nella notte cade la neve. Il suo corpo – che i partigiani non sono riusciti a raccogliere – ne viene ricoperto e non potrà essere rintracciato: verrà recuperato a marzo, al primo disgelo, intatto. Un solo oltraggio: tre mesi prima, i tedeschi avevano collegato al corpo una mina, secondo un rituale che i partigiani conoscono e dal quale hanno imparato a guardarsi.

Scrive un anonimo compagno sul foglio «Patrioti», organo della 1a Brigata Giustizia e libertà, 15 febbraio 1945: «Io pensavo a Toni morto, lassù, tra la neve, e a quel viso nitido – la fronte alta, distesa, occhi chiari di bambino – per sempre inanimato. Non provavo pena, ma vergogna. Perché è tanto poco quello che noi facciamo, e mi pareva che la morte di Toni fosse per noi tutti una severa lezione. Soprattutto di umiltà: questo capitano senza gradi, soldato senza stellette, è caduto davanti ai suoi uomini, per non lasciare due feriti sul campo.

So poco di Toni, poche volte l'ho incontrato. Ma mi sembra di averlo conosciuto da tempi tanto lontani, perché in lui trovavano vita quegli ideali che animano i sogni dei giovani, perché c'era nel suo gesto, nella sua frase, un inestimabile calore umano».

 

 

Da Saturnini, malinconici, un po' deliranti. Incontri in terra veneta, di Nicola De Cilia

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