Astrattismo di Bodoni

di Guido Modiano -

25.02.16

Inauguriamo la rubrica di "Pagine di cultura tipografica" con questo breve saggio in cui Guido Modiano propone la sua personale e originalissima visione dell'eleganza senza tempo di Bodoni e del suo carattere.

Alessandro Corubolo e Giuseppe Cantele.

Solenne, l'aula della Palatina, nell'alto silenzio della luce sospesa esprime il clima aulico dove fiorì il cavalier Bodoni. Alla Pilotta, l'epoca di Crisopoli rivive come nella conchiglia il rimpianto del mare. Mi curvo sulle pagine famose. Entro il rettangolo della carta l'occhio segue, riga per riga, il contrappunto infallibile dei bianchi e dei neri; di teca in teca, indugiante o veloce: puntuale al particolare o ansioso di seguire il filo conduttore della vicenda armoniosa. La metamorfosi della tecnica non ha più segreti, lo sviluppo dello stile mi si svela chiaro nella sua necessità logica. Un più acuto vibrare: ecco, qui Fournier cessa di essere il riferimento e Bodoni stabilisce i presupposti di se stesso. E ancora: qui si affina, qui si esalta, qui entra nella immortalità. Piacere perfetto, di rivivere in pochi minuti un travaglio di anni, ripercorrere i dubbi, lo studio, la gioia della scoperta intravista; e poi lo sforzo della lima, l'inesprimibile estasi dell'opera finita; conchiudere nella formula felice lo sviluppo di un gusto. Ma qual'è l'intima ragione di quel miracolo d'arte? Quando attribuiamo a Bodoni un'insuperata abilità nell'impiego del carattere, quale verità scopriamo oltre la superficiale constatazione di un fatto fisico? Quale cifra presta a codeste costruzioni il loro incanto? È, certo, quell'aria distaccata, distante che non è senso aulico né arida freddezza. Come il ritratto di Paolina Borghese; nel corpo sottilmente composto, nella clamide drappeggiata sulle membra lunghe, la grazia splendida cela un ardore; ma quell'ambiente disposto per lei sola, determina una atmosfera di composizione assurda. L'assonanza con le pagine di Bodoni non è soltanto nel fatto del gusto; nel Saluzzese c'è di più, c'è di più: il suo neoclassicismo è un inganno. In lui, ecco, c'è la divinazione soltanto da noi, di oggi, rilevata; soltanto da noi, perché Bodoni primo attuò una delle più intelligenti conquiste del nostro gusto: l'astrattismo. Disinteressarsi delle forme «umane» — care ai saggisti reazionari — per risolvere la tipografia in linguaggio matematico; attribuire il carattere al mondo euclideo dove le forme rispondono a ritmi sdegnosi della decorazione e del ghiribizzo è riportare l'astrazione tipografica nel suo più vero clima, l'astrazione geometrica (come gli astri scriventi linee magiche nel cielo, i caratteri del Saluzzese stanno in una atmosfera profonda e pura quale nessun tipografo mai aveva loro sognata). In questo andar oltre i limiti più correnti dell'uomo, è la grandezza dell'opera di Bodoni; la sua coerenza appare, così, perfetta. Egli, primo, intuì la contraddizione fra geometria pura del carattere e decorazioni umane; per questo si liberò di Fournier e di tutta la fioritura naturalistica dei fregi (ci ritornò nell'età matura? ma non si può volar sempre in quell'aria rarefatta, ma occorre a volte smentirsi o indulgere). Primo Bodoni intuì il pericolo del carattere posto in un clima estetico senza rapporto con la sua purezza matematica. Lo sappiamo noi, moderni avvertiti, che dobbiamo individuare nella teoria «umana» il germe di ogni decadenza grafica: dall'antropomorfismo dei caratteri al simbolismo onde si permea tutta la più scadente tipografia attuale. Soltanto riferendosi all'astrattismo si può spiegare l'incomprensione di Bodoni come maestro. S'egli fu celebre, non vuol dir nulla: infinite sono le vie del mecenatismo dilettantesco. Chi sosterrà una «coscienza bodoniana» se la grandezza di lui non poté esprimere una scuola, un'epoca? L'ampiezza dei margini, le dimensioni dei corpi impiegati — i mezzi geniali per stabilire la nuova estetica — furono scambiati per opulenza aulica, dalla incomprensione di tempi e di gusti immaturi. Non conta se egli stesso non abbia, forse, intesa l'intima essenza della sua divinazione; la grandezza di questa non ne viene diminuita, anzi resta confermata. Il genio è ignaro. Forse la follia onde il Còrso squassò tutta Europa si risolse, per lo spirito classico del Piemontese, in quella evasione inaudita. Come potevano seguirlo nel gran volo gli epigoni dell'epoca post-napoleonica? Di quando fermentava, nelle coscienze e nel gusto, il Romanticismo? Quell'atteggiamento involuto inquieto eccessivo non poté mai partecipare alla suprema serenità speculativa e morale — compiutamente classica — espressa dall'astrattismo bodoniano. Fra le pagine parmensi e quelle di una edizione romantica c'è proprio la stessa opposizione che separa la tipografia moderna più rigorosa dalle tipografie floreali. Per questo la lezione bodoniana non ebbe seguaci per centotrent'anni. Non il primo Ottocento né i romantici, non William Morris né i floreali: nessuna di quelle moralità estetiche che chiedevano alla decorazione di giustificare la loro inquietudine, intese il Saluzzese nel profondo. Per essi la sua classicità fu soltanto arida ed i mezzi della sua espressione, soltanto magniloquenza. Anch'io, cavalier Bodoni, anch'io un giorno non conobbi la vera grandezza vostra. Anch'io, pur ammirato, credetti di subire una compassata freddezza nella vostra tecnica insuperata. Anch'io dovetti studiare e soffrire lunga serie di anni e giungere alle ultime conseguenze — o almeno a quelle che tali considero — del mestiere e aspettare la rivelazione astrattista per trovare la chiave del vostro gusto. Altra volta avevo sostato a lungo davanti alle vostre pagine; ma soltanto quest'anno, alla Palatina, intuii la spiegazione arcana del vostro genio. Commosso, vi sentii dietro le mie spalle, quasi vedevo riflesso nei vetri il vostro viso severo, io, che vi avevo sempre considerato distante, inaccessibile. Ero umilmente felice, come il più modesto dei musici ascoltante una fuga di Giovanni Sebastiano Bach. Ecco, sì, di Bach: il solo artista cui possa avvicinarvi. Anch'egli sereno per la serenità di chi è giunto all'estremo limite del mondo ed ha davanti a sé soltanto il cielo.

(«L'industria della stampa», 1940, nn. 8-9, pp. 345-347).

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