"Come nei sogni": Franco Zabagli ci parla di "Poesie a Casarsa", di Pier Paolo Pasolini

28.01.19
Pubblichiamo la prima parte del saggio di Franco Zabagli che accompagna la nuova edizione di Poesie a Casarsa, di Pier Paolo Pasolini.

Nel 1942, a vent'anni, Pier Paolo Pasolini pubblica Poesie a Casarsa, il suo primo libro: una raccolta di quattordici poesie scritte nel dialetto di Casarsa della Delizia, il paese del Friuli occidentale di cui era originaria la madre. Un piccolo libro senza particolari raffinatezze tipografiche, «ma in compenso», scriveva il poeta esordiente in una dedica, «modesto e schivo», e dal quale non era certo facile immaginarsi la strepitosa avventura poetica che ne sarebbe seguita. Per Pasolini, quella di scrivere in dialetto fu un'intuizione che corrispondeva alle sue più intime necessità d'espressione, e una scelta grazie alla quale seppe subito liberarsi dagli impacci dell'esausta lingua poetica che ancora s'imponeva in quegli anni, orientando una volta per tutte la propria vocazione verso un coraggioso, imprevedibile sperimentalismo, che resterà sempre il segno essenziale di tutta l'opera sua.

Per le circostanze che determinarono la fortuna di Poesie a Casarsa si è a volte parlato perfino di ‘leggenda', più che altro per il fatto che il volumetto poté finire in mano nientemeno che a Gianfranco Contini, critico già allora autorevolissimo, e forse il solo ad avere insieme la finezza d'orecchio e lo speciale estro filologico necessari a riconoscere una novità così eccentrica. E un libro così ‘leggendario' della poesia del Novecento italiano meritava da tempo di esser riproposto nella forma, anche materiale, di allora: proprio come uscì nel '42, con le sue acerbità — nella scrittura del dialetto, nella « non bella traduzione letterale» (Contini) che accompagna i componimenti — ma con la bellezza misteriosa, fragile e irripetibile, che hanno le poesie che i poeti scrivono quando sono ancora ragazzi.

Un ricordo abbastanza circostanziato dei suoi esordi poetici Pasolini lo scrive in un testo intitolato Al lettore nuovo, pubblicato nel 1970 come introduzione a un'antologia delle tre principali raccolte di poesie italiane che aveva fino allora pubblicato — Le ceneri di Gramsci (1957), La religione del mio tempo (1961) e Poesia in forma di rosa (1964 ) — e alle quali era essenzialmente legata la sua identità di poeta. All'epoca, per i successi ottenuti col cinema e per la potente, ‘scandalosa' originalità delle sue polemiche sociali, Pasolini ha ormai raggiunto una celebrità assai più vasta di quella a cui solitamente si arriva con la letteratura; quello del Friuli appare come un tempo lontanissimo, e le pagine iniziali di Al lettore nuovo sembrano quasi render conto di cose che più nessuno sa, o ricorda.

 

Io non ho cominciato a scrivere versi con Le ceneri di Gramsci: ho cominciato molto prima, ed esattamente nel 1929 a Sacile, quando avevo sette anni appena compiuti, e frequentavo la seconda elementare.
È stata mia madre che mi ha mostrato come la poesia possa essere materialmente scritta, e non solo letta a scuola («Vitrea è l'aria…» ). Misteriosamente, un bel giorno, mia madre infatti mi presentò un sonetto, composto da lei, in cui esprimeva il suo amore per me (non so per quali costrizioni di rima la poesia finiva con le parole «di bene te ne voglio un sacco»). Qualche giorno dopo scrissi i miei primi versi: dove si parlava di «rosignolo» e di «verzura». Credo che non avrei saputo distinguere allora un rosignolo da un fringuello, come del resto un pioppo da un olmo: e del resto a scuola ( ad opera della signora Ada Costella, toscana, mia maestra in quella indimenticabile seconda elementare ) Petrarca
certo non si leggeva. Dunque non so dove avessi imparato il codice classicistico dell'elezione e della selezione linguistica. Fatto sta che non tenendo conto dell'abundantia cordis di mia mamma, ho cominciato come rigidamente «selettttivo» ed «eletto».
Ho scritto da allora in poi intere collezioni di volumi di versi: a tredici anni sono stato poeta epico (dall'Iliade ai Lusiadi). Non ho trascurato il dramma in versi, non ho evitato, con l'adolescenza, l'inevitabile incontro con Carducci, Pascoli e D'Annunzio, fase incominciata a Scandiano — il ginnasio, frequentato da «pendolare », era quello di Reggio Emilia — e concluso a Bologna, al Liceo Galvani, nel '37: anno in cui un professore supplente — Antonio Rinaldi — lesse in classe una poesia di Rimbaud.
Dal '37 al '42, '43, vissi il grande periodo dell'ermetismo, studiando con Longhi all'università, e vivendo ingenue relazioni letterarie coi miei coetanei che si interessavano di queste cose: due di essi sono Francesco Leonetti e Roberto Roversi; ma benché di qualche anno più vecchio era tra noi anche Francesco Arcangeli, e poi Alfonso Gatto. Ero un ragazzino precocemente universitario; ma non vissi quell'esperienza da apprendista soltanto, bensì da iniziato. Nel 1942, infatti, uscì a mie spese, presso la Libreria Antiquaria del signor Landi, il mio primo volumetto di versi, Poesie a Casarsa: avevo esattamente vent'anni; ma le poesie lì raccolte le avevo cominciate a scrivere circa tre anni prima — a Casarsa, il paese di mia madre — dove si andava ogni estate nella povera villeggiatura presso i parenti che il magro stipendio di mio padre ufficiale ci permetteva ecc.
Erano poesie in dialetto friulano: l'«hésitation prolongée entre le sens et le son» * aveva avuto un'apparente definitiva opzione per il suono; e la dilatazione semantica operata dal suono si era spinta fino a trasferire i semantemi in un altro dominio linguistico, donde ritornare gloriosamente indecifrabili.
Una quindicina di giorni dopo che il libro era uscito ho ricevuto una cartolina postale di Gianfranco Contini, che mi diceva che il libro gli era tanto piaciuto che l'avrebbe immediatamente recensito.
Chi potrà mai descrivere la mia gioia? Ho saltato e ballato per i portici di Bologna; e quanto alla soddisfazione mondana cui si può aspirare scrivendo versi, quella di quel giorno di Bologna è stata esaustiva: ormai posso benissimo farne per sempre a meno.

 

Questo è l'apprendistato poetico che Pasolini racconta nei suoi tratti essenziali, dall'affettuosa sollecitudine pedagogica della madre Susanna, maestra elementare, alle vaste letture in proprio e gli esercizi di confronto coi classici. Un percorso dove mai viene meno un diligente riferimento agli studi scolastici, a quanto potesse venirgli di congeniale dagli insegnanti via via incontrati alle elementari come all'università, mentre di pari passo s'intrecciano le « ingenue relazioni letterarie » coi compagni di studio, finché i tempi diventano ormai maturi perché la sua poesia sia stampata in un libro. Un libro che la recensione di Contini gratifica subito con la massima « soddisfazione mondana cui si può aspirare scrivendo versi ».
Nella libertà del racconto ricorre qualche inesattezza. In particolare, i testi raccolti in Poesie a Casarsa Pasolini non aveva cominciato a scriverli tre anni prima. I manoscritti, le lettere agli amici, e testimonianze ulteriori dello stesso Pasolini attestano che gli esperimenti poetici con il dialetto di Casarsa erano cominciati più tardi, nell'estate dell'anno precedente all'uscita del libro, quella del '41.
Durante le vacanze a Casarsa, nelle missive destinate all'amico Luciano Serra — nonché a Francesco Leonetti e Roberto Roversi, coi quali condivideva il progetto di una rivista che avrebbe dovuto intitolarsi « Eredi » — Pasolini usa spesso
allegare le poesie che sta componendo. Già in quelle del luglio '41 appare sensibilmente temperata la maniera ermetica e classicista che ancora connota le poesie di poco precedenti. I motivi e le figure dei componimenti adesso sono attinti per lo più dal mondo rustico di Casarsa che Pasolini ha intorno: il paesaggio, i fenomeni atmosferici, momenti di vita contadina, le persone del posto chiamate proprio coi loro nomi: Pieruti, Zuàn, Bepi, Dilio, il cuginetto Nico che va a tagliare l'erba per le oche. In un mannello di poesie allegate all'ultima lettera di quel fervido luglio, compare la poesia Acque di Casarsa, che tradotta in friulano diventerà la celebre Dedica in apertura del libro, e compare anche, già in dialetto, la prima strofa del Nini muàrt, che il mese successivo, sempre in un gruppo di poesie inviate per posta a Luciano Serra, ritroviamo compiuta e completa con la seconda strofa e il titolo.

[continua]

 

Tratto da: Il primo libro di Pasolini, a cura di Franco Zabagli, Vicenza, Ronzani Editore, 2019.

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