Giovanni Papini: Dichiarazione al tipografo

24.03.16

Ho sempre lavorato per te - e tante volte hai lavorato per me. Eppure non abbiamo bevuto il diecino allo stesso banco di vinaio.

Nessuno dei miei ha detto nulla dei tuoi. Hai consumato gli occhi per loro e non t'hanno concesso uno sguardo. E neppure una sola delle tante parole che spandono all'aria colla generosità dei poveri.

Ma io ti voglio bene. Mi piaci. Mi raffido in te, da quattordici anni. Sei il confidente, il primo confidente dei miei pensieri, delle mie fraseggiate malinconie. Siamo amici, se vuoi.

Quel che non avrei letto neppure all'amico più prossimo del momento, quel che non avrei dato nelle mani della donna più vicina alla mia anima, quel che non avrei mostrato a nessuno dei primi od ultimi venuti nel mio cuore accogliente, l'ho dato sempre a te prima che ad altri. E non ho dovuto arrossire. Fra noi ci s'intende. Fissato il corpo e il carattere ognuno torna al suo lavoro.

Io lascio nelle tue mani quel che ho di più caro in quel giorno. Ti lascio un tanto d'anima mia sgocciolata in inchiostro e tu pensi a tradurla in metallo.

Tu sei stato il primo ad ascoltare ogni mia confessione. Hai letto prima di tutti le più acide offese e le più disperate giustificazioni; gli sfoghi più appassionati e i maligni dispetti. T'ho aperta l'anima mia come un libro non corretto; e ho riassestato colle tue pinzette le linee più gelose del mio pensiero.

Le umide bozze che mi desti una sera - la prima sera! - son più scolpite nel mio ricordo delle foglie di mammola che mi nascose nel libro la ragazza nera che innanzi l'altre mi amò. E avrei dovuto serbare come lettere di nobiltà i primi originali che mi rendesti, tutti bollati dalle macchie delle tue ditate grasse. Le tue mani sudice di piombo o di inchiostro mi piacciono infinitamente più di quelle che i signori altolocati nascondono nella pelle bigia o gialla per vergogna della loro pulizia. Anche le mie son nere d'inchiostro e stringerebbero volentieri le tue. E la tua faccia è smagrita e rugata come di quelli che il pensiero fece soffrire e i tuoi occhi affaticati hanno letto troppo più di quel che fosse necessario. Proprio come i miei. Siamo fratelli, tipografo.

Anch'io, come te, prendo i pensieri leggeri sottili leggeri volanti leggeri che leggo nell'aria dinanzi a me e li solidifico e li appesantisco nel piombo della parola precisa, sulla carta tangibile e geometrica che li chiude come il telaio di una finestra chiude in quadrati l'infinito del cielo.

Anch'io, come te, lavoro per ripetere in migliaia di copie le parole che si dovrebbero dire a uno solo, una volta sola. E neppur io disprezzo i manoscritti degli sconosciuti e le seconde edizioni.

Anch'io, prendendo là un colore e qua un accento e di qui una sillaba e di laggiù un'immagine, metto insieme una pagina: come tu, cogliendo qua e là nella tua cassa le lettere sparse, finisci col creare un'intelliggibile parola.

Amo la tua cassa inclinata che a volte mi par come un bugno d'api dalle cento finestre; e talora la caserma di un esercito di soldatini addormentati in un sonno di piombo. Amo la macchina che mai si riposa e ripete a ogni istante le sue pagine eguali come le lezioni di un vecchio maestro. Amo la monotype col suo pozzo bollente di piombo fuso e la sua complicata precisione di bestia meccanica. Amo le curve e le cornici delle marginature. E non mi dispiace neanche la macchina umile e piccina che il ragazzo imbronciato manda col suo piede come un arrotino di strada.

Passo tra i massi di carta bianca e tra i pilastri di libri e tra le muraglie di casse come in casa mia. L'odor dell'inchiostro mi piace come il sudore di una giovane sana. E darei volentieri una mano al facchino che porta i fasci di sedicesimi sulle spalle, come il manovale i sassi del palazzo non suo.

Bisogna che tu mi prenda tra i tuoi fratelli, tipografo. Siamo cuciti a doppio filo per tutta la vita come gli assassini dagli anelli della catena. Tu non potresti vivere senza di me ed io non potrei vivere senza di te.

Ho strizzato il mio cuore come un'arancia poco fatta e tutto l'agro del disprezzo m'è caduto addosso e mi ha scolorito per sempre. Ma quel po' di dolce ch'è rimasto attaccato alla buccia, quel po' d'amore che m'è rimasto nel cuore, l'ho lasciato per te, complice necessario d'ogni mio piacere e delitto.

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