L'unico spazio possibile

di Stefano Messuri -

26.02.16

Sulle prime ho avvertito una dissonanza nell'esergo del libro “N.”, di Ernesto Ferrero, e oggi lo confido con una punta d'imbarazzo. Dice: A Giulio Einaudi, l'Imperatore che ho servito con gioia.

Una forzatura in battere nel ritmo della frase, non saprei dire con maggiore precisione.

E se l'ammissione dev'essere completa, mi disturbava quel verbo forse dilatato dalla gratitudine, o steso come unguento sulla ferita (l'Editore era scomparso poco prima della pubblicazione).

Con la stessa precisione mi risuonava la sensazione diametrale: quella frase esatta esclude ogni improvvisazione, impossibile la sua fuga senza appoggio, per caso o urgenza emotiva.

Poi mi sono ritrovato tra le mani il codice per decifrarne il senso, un altro libro, un magnifico mattoncino di carta, in realtà per me pietra angolare: I migliori anni della nostra vita, la cassetta degli attrezzi per leggere e scrivere. E per capire una lingua che non avevo capito: mi mancavano gli strumenti necessari a vestire quel significato. O meglio, avevo dimenticato che nella vita di ognuno c'è un tempo in cui l'atmosfera inquieta si carica di ozono, prima del temporale che pulisce l'aria. Soffiava su storie, volti e immagini di una stagione irripetibile l'aria che accolse Ernesto Ferrero in via Biancamano, nella primavera del '63, alitava sui protagonisti del novecento, Pavese, Calvino e Vittorini, Gadda e Primo Levi, Bobbio e Mila, Natalia Ginzburg e Sciascia, Manganelli e Pasolini… Ma anche sulle presenze silenziose (Daniele Ponchiroli, Oreste Molina...), non meno necessarie a fare l'impresa: “Tebe dalle sette porte chi la costruì? Chi ricorda gli schiavi nubiani che edificarono le piramidi?” E su tutti l'Editore-Imperatore, ineffabile e concreto, vicino e irraggiungibile, nemico dell'erudizione e avversario dell'unanimità. Libero fino alla fine.

È fuori dalla mia portata, dalle intenzioni soprattutto, l'azzardo un giudizio letterario su quel Libro (L maiuscola), voglio solo pagare pegno con me stesso per aver diffidato dell'esergo; ma dire quanto il Libro mi abbia allargato cuore e ali, quello sì, è solo affar mio. Ogni sguardo ne contiene un altro e si colora secondo il punto di osservazione, protagonista, testimone o semplice lettore: romanzo di formazione, storico, autobiografico, familiare, o più semplicemente diario, cronaca, storia; realtà descritta con suoni dell'invenzione, dono della memoria che rielabora i fatti con nuove verità. Galleria di ritratti altrui, in mens e in corpore, ma anche autoritratto leale e ironico, sincera nostalgia che morde a sangue.

E ci presenta le lacune del presente.

Scrivere mi è necessario come respirare o camminare, mi appaga” dice Ferrero; si sente nel Libro, il suo dire è colto e comprensibile, lirico e rigoroso, armonico e compatto, preciso come un paesaggio rinascimentale, necessario: non c'è una parola in più, né si può togliere un respiro o un passo.

Ecco perché non avevo capito quel verbo, servire con gioia l'Imperatore significava costruire “l'unico spazio possibile in cui vivere” con “questi mattoncini di carta”, servire e respirare un'idea carica di ozono, conservare la memoria e il ricordo, legare “con amore in un volume ciò che per l'universo si squaderna”.

Sono citati:

E. Ferrero, N., Torino, Einaudi, 2000.

E. Ferrero, I migliori anni della nostra vita, Milano, Feltrinelli, 2005.

Dante, Paradiso,Canto XXXIII, 86.

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