"La felicità di fare editoria di cultura"

08.06.16

«Ultimo tra i compiti dell'editoria di cultura per i prossimi vent'anni mi pare il recupero della felicità. Forse il difetto maggiore di una casa editrice di cultura, dove necessariamente l'atmosfera dev'essere operosa sì, ma non burocratica, è la mancanza di felicità. [...] Dove si è rifugiata quella felicità di fare? [...] Bisogna che il gruppo editoriale [...] sia tutto partecipe, conosca tutto quello che si progetta, senta come proprio il progetto comune».

Queste parole di Giulio Einaudi chiudono il volume di Severino Cesari dedicato a un colloquio fitto e intenso con l'editore torinese. Le abbiamo scelte perché vi si intravedono gli ingredienti principali della ricetta Einaudi: la cultura di qualità, l'operosità, una certa sufficienza verso le pratiche burocratiche, il gruppo, la felicità di pensare e fare i libri.

Grazie a questo modus operandi Einaudi fu definito il «Giulio Cesare dell'editoria», (Arpino) il «principe» (Segre) o addirittura il «sovrano del libro», (Calasso) descritto sempre come un piemontese dal carattere volubile e scontroso, ma capace di coagulare attorno a sé le migliori menti intellettuali del Novecento per creare, attraverso un lavoro collettivo, gran parte dei volumi che hanno segnato la formazione e la cultura di intere generazioni.

(Velania La Mendola, La felicità di fare editoria di cultura: 75 anni di libri, in Libri e scrittori di via Biancamano, Quaderni del Laboratorio di Editoria, Univ. Cattolica di Milano, Milano 2009).

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