La fiera inattualità di una rivista

di Matteo Vercesi -

11.09.20

 

«L'esistenza di una rivista letteraria richiede più che una parola di giustificazione». È una frase che T.S. Eliot appose come un sigillo, nel gennaio del 1926, alle pagine del «The Criterion», nell'anno che sancì la trasformazione in «The New Criterion», la rivista da lui fondata qualche anno addietro – precisamente nel 1922 – e che chiuse i battenti più di un decennio dopo, ovvero nel 1939, dopo aver ospitato negli anni contributi di Yeats, Valéry, Joyce, Pound, Proust, tanto per citare alcuni nomi.

 

 

Non ambendo di certo a conseguire neppur lontanamente i risultati di quella che rimane una delle riviste-cardine della cultura letteraria del Novecento, insieme a «Commerce» (nell'indice del primo numero, risalente al 1924, vi rinveniamo una lettera del fondatore Valéry, testi di Valery Larbaud e Saint-John Perse e i frammenti dell'Ulisse di Joyce), «The Yellow Book» e le nostre «Paragone», «Politecnico», «Botteghe Oscure», «Officina», credo mio malgrado di dovermi giustificare allo stesso modo, e insieme a me ritengo debbano farlo anche l'editore e i redattori, perché fondare una rivista in ‘carta ed ossa', oggi, equivale ad operare una precisa scelta di campo: significa sprofondare nell'inattualità, adottare una prospettiva archeologica per leggere il presente, e significa altresì ripristinare quella dimensione della gratuità dell'incontro che la letteratura rappresenta al più alto livello: elementi che appaiono in assoluta controtendenza, da sempre. Riprendendo una formula di Max Scheler – esponente della fenomenologia tedesca – in base alla quale ogni società è ciò che rimane a conclusione di un processo di sgretolamento della comunità, a mio avviso dovremmo riformulare l'ideale in base al quale una buona comunità genera una buona società. E una rivista è una forma di comunità, una possibilità di messa in parola delle tensioni, dei pensieri e delle esperienze che innervano la stagione che ci è data in concessione.

 

In un recente scritto apparso nel volume adelphiano Come ordinare una biblioteca, edito in questo drammatico 2020, Roberto Calasso ha affermato che le riviste hanno incarnato (perlomeno, a suo dire, nella loro epoca d'oro, compresa tra le due guerre) l'obiettivo primario di «moltiplicare e complicare i significati» (p. 75), sostenendo che «certe cose si scoprono soltanto se si fa una rivista» (p. 80). Una rivista deve saper problematizzare, esprimere una sorta di concordia discorde che non deve mai essere risolutiva, in qualche modo essere anche stridente e ‘sporca' (passatemi il termine, nel senso di ‘non patinata'), dar voce a conflitti, dischiudere possibilità interpretative, aggregando le scritture attorno ad un polo-suggestione che funga semplicemente da richiamo, un po' come i Bird Sound, i richiami per uccelli che attirano gli stormi.

 

Il titolo stesso, Filigrane, si ispira alla pluralità: obbliga a mantenere lo sguardo in controluce per tentare di definire la grana della carta e delle parole che vi sono impresse. Pensate che in un registro di un cartaio di Fabriano, risalente al triennio 1363-1366, troviamo l'indicazione di 58 tipi di carta, designati col nome delle loro filigrane. Ogni pagina, ogni parola ha la propria grammatura. In «Filigrane» il simbolico è strettamente intrecciato al materico; il rispetto per la migliore tradizione tipografica – uno dei cardini della casa editrice Ronzani – diviene rispetto per la veste del pensiero; non è soltanto forma, perizia nella ricerca della struttura della migliore mise en page, ma è permanenza di confronto tra tutti gli artefici del libro (l'autore, l'editore, il prefatore, i lettori…) per giungere al giusto equilibrio dello sguardo. Le parole devono posarsi sulla carta come le api sui fiori, con levità e grazia ma nel rispetto di leggi rigorose, come indica Virgilio nel IV Libro delle Georgiche («agitant sub legibus aevum»). L'esito di questo sostare prevede una lunga concertazione, perché i libri sono sempre opere collettive anche se riportano il nome di un unico autore.

 

Dopo il 1945, le riviste incominciarono a dissolversi, perché non vi fu più un tessuto comune. «La letteratura si preparava a diventare ciò che sarebbe stata nel nuovo millennio: un fatto di singoli, tenacemente separati e solitari» (Calasso, p. 101). Questo, purtroppo, è molta letteratura di oggi, narcisisticamente prigioniera di se stessa, metapoesia con ambizioni da ribalta, spinta a proiettare la propria scala valoriale in dimensioni estrinseche alla sua genesi, alla ricerca del consenso dell'industria culturale, deteriorata a prodotto di consumo. I poeti qui presenti invece dialogano tra di loro mediante i versi, si confrontano e pensano in poesia. «L'esperienza poetica della lingua è costitutivamente e intimamente politica, molto più politica delle azioni o dei manifesti o movimenti che si definiscono politici», afferma Giorgio Agamben nell'intervista inedita che inaugura il corso di «Filigrane». Attua quindi una costante verifica dei poteri, non soltanto l'esplorazione della grammatica emotiva, ed è custode di utopia, come insegnava Franco Fortini.

 

Una buona rivista «tiene insieme gli scrittori, anche i più isolati, e li mette nella posizione di influenzare il loro tempo» (p. 102). Non soltanto di attribuirgli voce, quindi, ma di renderlo riconoscibile proprio attraverso quelle specifiche voci.

 

Volevo giustificarmi quindi, e non voglio portar via ulteriore tempo ai poeti che ascolterete. Ma in fondo desidero anche aggiungere che andiamo fieri di questa inattualità, perché la riteniamo fondativa di un modo di stare con se stessi e con gli altri quando ci conduce a quell'insondabile mistero che è la relazione con l'altro, germinata in modo sempre nuovo attraverso le parole che lo sondano; senza rinnegare le forme del presente ma ridefinendole mediante una cassa di risonanza che amplifica i timbri del reale.

 

 

Salgareda, 6 settembre 2020

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