La paura di Parise

29.08.16

Una sera di nebbia e di sirene al Lido di Venezia una signora sola tornava a casa: aveva settant'anni, era vedova e nella sua vita aveva avuto poca compagnia salvo una serie di gatti siamesi una ventina d'anni prima, poi un bassotto che era morto prestissimo in seguito al suo troppo zelo nel nutrirlo (mangiava solo tagliatelle al burro e fegatini dipollo) e il marito.

Con il suo microcosmo composito, in bilico tra solitudini e traffico mondano, Venezia è per Parise terra d'elezione e scenografia ideale per i Sillabari. “Paura” è ambientato al Lido. Una signora senza nome passeggia, sola come sempre – vedova e senza figli – per le strade nebbiose del Lido. Parise, con piccoli cenni descrittivi che seguono i passi minuti della protagonista, ci porta dentro la paura della donna. Lentamente, tra una fantasticheria su viaggi impossibili e la rabbia per un amministratore di condominio poco zelante, dei giovani si fanno largo nel racconto, paralleli ai pensieri “compositi” della donna.

Erano voci di ragazzi che camminavano veloci e la raggiunsero: non li vedeva quasi perché la nebbia aveva appannato gli occhiali, li intravedeva, uno di questi che le passò accanto guardandola, aveva i capelli lunghi. A quel punto i ragazzi smisero di parlare e la superarono lentamente in silenzio. Ancora si udì la sirena del transatlantico ormai giunto quasi al limite del mare aperto, all'altezza del faro. «Rex» fu il pensiero della signora, per un istante pensò al fratello, commissario di bordo del Rex, morto molti anni prima. «Il Rex non ci sarà più. Non è affondato?» si chiese la signora, e così pensando si accorse che i ragazzi erano ancora lì, vicino a lei, muti e con passo uguale al suo. Uno dei ragazzi si avvicinò e proprio sopra un ponte (si sentiva lo sciacquio del canale sotto le tavole di legno del ponte) si fece di fronte a lei.

I ragazzi la circondano e minacciano di morte nel tentativo di rapinarla. Il sentimento, tenuto ai margini della storia, laterale finora rispetto al racconto, irrompe: arriva improvvisa la paura

La signora aveva paura e, in quel modo confuso, veloce e incredibile che l'immaginazione di una persona anziana e assolutamente normale può avere in un momento come quello, pensò alla morte.

Come accade spesso nei Sillabari, l'abisso imminente e quasi certo si scompone in un avvenimento di portata tragica minore. In risposta alla minaccia di morte arriva un coraggioso e ripetuto invito a realizzare la minaccia, che mette in fuga i pavidi, giovani rapinatori, dopo uno spintone da cui la protagonista si rialzerà.

«Còpeme», e a questa parola il ragazzo fuggì correndo, seguito dagli altri due.

I malintenzionati fuggono, resta la signora impaurita, così come resta ben impresso nel lettore un sentimento di paura, rarefatta e malinconica. Come disse Raffaele La Capria, parlando della poetica dell'amico Gofrredo: “Parise ha restituito alla letteratura la zona dei sentimenti, che la letteratura era andata gradatamente perdendo. Ha riportato il linguaggio e i modi di espressione a quell' accordo fra cuore e intelletto che si era perso per la prevalenza dell' intelletto.” (La Repubblica, 11.03.1992)

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