"Mandatemi libri perché la mia anima non muoia"

di Stefano Messuri -

09.03.16

«Mandatemi libri, molti libri, perché la mia anima non muoia!» è il grido Fedor Dostoevskij prigioniero in Siberia, isolato dal mondo, chiuso fra quattro mura e circondato da pianure desolate coperte di neve. «Aveva freddo e non chiedeva fuoco, aveva una sete terribile e non chiedeva acqua; chiedeva libri, cioè orizzonti, cioè scalinate per salire sulla vetta dello spirito e del cuore».

Ce lo racconta Federico Garcia Lorca nel Discorso al Paese di Fuente Vaqueros, (tradotto in Italia, nel 2014, da Edizioni Estemporanee) pubblicato in Spagna per la prima volta nel 1986.

Lo scritto non è databile con precisione (risale forse ai primi giorni del settembre 1931) ma che importa: è un atto d'amore sincero, senza tempo, per la cultura e per i libri che la diffondono.

In poche preziosissime pagine Garcia Lorca ci riporta al seme della civiltà, percorrendo la meraviglia della scrittura, la determinazione della volontà, e prima ancora il bisogno di scrivere, e la fatica dell'uomo per «riuscire a produrre libri che potessero finire nelle mani di tutti».

Fin dall'esordio il Discorso comunica l'intangibilità della forma scritta: scritto, appunto, non improvvisato, perché i poeti e gli scrittori sono «abituati a dire le cose con un'esatta consapevolezza, mentre l'oratoria sembra essere uno strumento di comunicazione in cui le idee si diluiscono a tal punto che rimane solo una musica gradevole, ma tutto il resto se lo porta il vento». Un atto di rispetto anche: «nessuno si rende conto, tenendo un libro in mano, dello sforzo e del dolore, dell'attesa e del sangue che è costato (…) in modo indiscutibile, il conseguimento maggiore dell'umanità».

Sono «libri di pietra» quelli dei primi uomini che segnano sulle rocce i loro desideri; poi sui metalli, e più tardi su lastre d'argilla, sui papiri, sulla pelle secca di animale e sulla pergamena; durante i secoli l'uomo lotta «con le unghie, con gli occhi e con il sangue, per registrare, diffondere e rendere eterni il pensiero e la bellezza».

La carta segna «un passo gigantesco nella storia del mondo», ma non basta: i libri dovevano essere scritti a mano, poche persone potevano possederli; oggetti preziosi dunque, più dell'oro e delle pietre intagliate; oggetti che invece avrebbero dovuto essere per tutti, milioni di uomini morivano senza conoscere l'alfabeto.

Poi la stampa: si fondono nel piombo le lettere dell'alfabeto, un libro può essere riprodotto in infiniti esemplari. «Quale semplicità! Ma anche, quale difficoltà! Sono passati secoli e secoli prima che a un uomo germogliasse in testa questa idea».

Scuote l'umanità questa scoperta che nasce in silenzio. Mentre la polvere da sparo esplode nei campi, dalle finestre di cristallo di una piccola casa nella città di Anversa, esce «la luce per tutti, grazie al libro economico»: la «portentosa offensiva contro l'ignoranza» e i libri antichi che esistevano in due o tre esemplari ciascuno «si affollano alle porte delle stamperie e alle porte delle case dei saggi», chiedono di essere stampati, tradotti e diffusi nel mondo. Il vero Rinascimento.

Sembra una favola, anzi, una fabula: la conquista pacifica dei mattoncini di carta che hanno costruito la cultura dell'uomo libero, quelli che continueremo a leggere e a fabbricare, uno a uno, per aggiungere un tassello all'anima del mondo, un gradino alla scalinata «per salire sulla vetta dello spirito e del cuore».

(recensione di: F. Garcia Lorca, Libri, libri! Discorso al paese di Fuente Vaqueros, Milano, Edizioni Estemporanee, 2014. Nella foto: particolare del ritratto di F. Garcia Lorca, opera di Fabrizio Cassetta)

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