Matteo Vercesi "legge" Mauro Sambi (Pola e Buie, Novembre 2018)

di Matteo Vercesi -

25.11.18

 

 

                                                                         Venezia-Buie, 24 novembre 2018

 

 

Caro Mauro,

 

ho attraversato l'Istria più volte nel corso della mia vita, dalla costa all'entroterra, ma è la prima volta che mi fermo a Buie, cittadina soltanto lambita dai miei piedi in passato, in modo fuggevole, e lontanamente prefigurata, immaginata, come un senhal di provenzale memoria, dalla scrittura poetica di Vlada Acquavita (1947-2009), voce luminosa ed al contempo enigmatica che ha saputo distillare in un proprio originalissimo percorso canoni e grammatiche differenziali. Ripenso alla sua Rosa Mystica:

 

Nel giardino di un nobile castello

difeso dal mare

il vento depone il dono prezioso.

 

In quell'eccelso giardino

il seme divino

 

mette radici col fuoco

cresce nell'aria,

foglia nell'acqua,

fiorisce in terra.

 

Bianco biancheggia,

di rosea luce rosseggia,

bianco di biancore

rubicondo genera

 

 

la Rosa,

 

per metà bianca,

per metà rossa,

due metà spartite

in sé unite.

 

O mia Rosa! […]

 

Due metà spartite / in sé unite. Ritengo non possa esservi definizione migliore per tracciare il perimetro dell'antinomia che innerva la storia di questa terra: da un lato il comune radicamento delle due sponde dell'Adriatico alla Mater Venetica, ad una matrice culturale che le assorella; d'altro lato una sorta di taciuta reciproca diffidenza, distanziante, che le ha condotte ad esiti di specifiche, peculiari solitudini (il Veneto umanistico deflagrato nelle maglie anonime dell'era post-industriale; l'Istria sferzata dai venti oscuri di una storia che ciclicamente è asservita ad idee di dominio, a tradizioni reinventate dal glaciale calcolo, esplosi con ferocia a poca distanza; ed è storia recente, storia di tutti).

Radicamento e inappartenenza: essere in un luogo, ma non sentirlo mai del tutto proprio. Dimora, familiarità, e al contempo mancanza. Ma forse è questa l'unica forma di amore concessaci; un andirivieni continuo tra i luoghi fisici e immateriali del nostro passato e il disincantato presente della ragione. Ingmar Bergman, nel suo Lanterna magica, scriveva: “In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l'enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà”. D'altronde, il mito platonico ci narra di un Eros figlio di Poros (‘Espediente', ‘Ingegno'), e Penìa (‘Povertà'); un demone in limine, al limite, e lacerato da limiti.

Il tuo Una scoperta del pensiero e altre fedeltà appare ai miei occhi un tentativo magistrale di esplorare e narrare dimensioni che alternano, come in un caleidoscopio, incanto, contemplazione e stupore, melanconia e rigore etico, lacerazioni e riconciliazioni, ironia e tenerezza. Il grigio-bianco del tuo Diario d'inverno, nato sotto l'egida del nomade monarca delle vette, rinviene qui la propria primavera; ed è poi un abbandono al trascolorare delle stagioni, al trasmigrare della luce. Un'attestazione di fedeltà a te stesso e alla piccola comunità che ti è propria (famigliari, amici, poeti vicini o lontani nel tempo: Wallace Stevens, Auden, Walcott). Qui il pendolo della parola oscilla tra le sommità della perizia formale e la umile messa a nudo dei preziosi doni dell'intimità. Un dialogo con i vivi e con i morti. Dialetto e lingua, le tue patrie.   

Vedo la tua scrittura come una sorta di calendario: libri deposti in un libro che resiste allo sgomento del tempo, dove tutto è concreto ma al contempo rimanda anche ad altro, ad una dimensione ignota e metafisica. La tua parola è qui e altrove (un richiamo fortissimo al nome, ma direi soprattutto al senso della collana).

Tempo fa ho avuto modo di condurre una ricerca sulle poesie inedite in gradese di Biagio Marin, presso l'archivio della Fondazione Carigo di Gorizia. All'interno di un gruppo di quasi 500 testi, circa 70 non hanno mai visto la luce della stampa. In uno di questi, ricordo che il poeta definiva l'Istria una porta di cobalto. È forse la soglia che unisce due mondi che qualcuno vorrebbe divisi e che tu continui a varcare, in un continuo andirivieni; porta che si tramuta in ponte.

Architrave di tutto, la tua scrittura, erta su pianure, alture e Adriatico.

Con affetto,

 

Matteo Vercesi

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