Natalia Ginzburg su Paolo Poli

di Franco Zabagli -

29.03.16

Per ricordare Paolo Poli senza parole celebrative, ma con l'intatta gratitudine verso un artista che per tanti anni ha saputo rinnovare ogni volta in teatro il "miracolo del divertimento", rileggiamo le pagine che su di lui scrisse Natalia Ginzburg nel gennaio 1970, nei giorni in cui andava in scena a Roma il suo spettacolo su Carolina Invernizio. Si trovano, col titolo Sulle sponde del Tigrai, nel libro Mai devi domandarmi (Garzanti 1970), e non mi è mai successo di leggere altrove una così perfetta testimonianza sull'artista che Paolo Poli è stato, e sulle irriverenti verità che era capace di esprimere con la grazia ilare e scanzonata dei suoi spettacoli.

Sulle sponde del Tigrai, di Natalia Ginzburg.

Pochissime sono le cose che mi rallegrano in questo inizio dell'anno: mi rallegra però il fatto che Paolo Poli canti e reciti in un teatro della città. Sono stata a vederlo già due volte e vi potrei sempre tornare; qualunque giornata disordinata e confusa, del tutto priva di senso, può avere al suo termine alcune ore in quel teatro; e anche se io non ci vado, sono contenta che si avveri per altri ogni sera, non molto lontano da casa mia, il miracolo del divertimento.

Se dovessi descrivere Paolo Poli a qualcuno che non l'avesse mai visto, direi di lui che la sua figura è quella di un giovinetto esile: ignoro la sua età, ma ho l'idea che comunque resterà sempre come un esile giovinetto; che il suo linguaggio è un puro toscano; che i suoi spettacoli sono, in genere, parodie di romanzi o di commedie dell'Ottocento, o del primo Novecento, inframmezzate da canzoni; che quando canta alza nell'aria le sue lunghe braccia snodate e le mani fini e soavi, assomigliando a una bella ragazza, o a un cigno, o a un fiore dall'altissimo stelo; che suscita ilarità con la grazia, in un tempo in cui la comicità sembra poter nascere soltanto su note stridenti e odiose, da volti e gesti scomposti e ripugnanti. Lui è comico restando se stesso, conservando i suoi tratti lindi e gentili. Non c'è tuttavia nulla di lezioso o vezzoso nella sua grazia: non c'è in lui nessuna civetteria, e nessuna timidezza, nei confronti della realtà. La sua grazia sembra rispondere a un'armonia intima, sembra sprigionarsi da un'intima e lucidissima intelligenza. Fra i suoi molteplici volti nascosti, c'è essenzialmente quello d'un soave, ben educato e diabolico genio del male: è un lupo in pelli di agnello, e nelle sue farse sono parodiati insieme gli agnelli e i lupi, la crudeltà efferata e la casta e savia innocenza.

Usa essere circondato, nei suoi spettacoli, da ragazzi vestiti da donna, e da donne vestite da uomo: ha pochi attori, e li traveste in un modo o nell'altro a seconda delle esigenze della storia. I suoi attori hanno le voci chiocce o stridule, i costumi mal cuciti e infilati in fretta d'una recita di collegio; i costumi hanno l'aria di coprire a malapena altri panni, come maglioni o calzettoni di lana: in verità questi maglioni forse non appaiono, ma vien fatto di pensarci e di riderne come se si intravedessero.

I suoi attori evidentemente sono bravissimi, perché non li vorremmo diversi nemmeno di un'unghia; eppure le loro voci chiocce o in falsetto hanno l'esatta intonazione di chi è chiamato a recitare per la prima volta. Quanto a lui, i suoi travestimenti (da zingara, o da monaca, o da frate, o da diavolo, o da aviatore, o da signora) sono sempre meravigliosi; ha il dono di cambiare costume in un lampo, e quando appare in un nuovo travestimento, nel teatro corre un brivido di gioia e di emozione, esplodono applausi, e la sua alta persona volteggia sulla scena e nella sala svolazzando con ventagli, tuniche o piume.

Fra i suoi spettacoli riusciti e felici, vanno ricordati La nemica di Nicodemi, il suo presente spettacolo che è una serie di romanzi di Carolina Invernizio, e La vita di Santa Rita da Cascia che era stupendo, e che fu sequestrato come blasfemo: in verità non so come si potesse definirlo blasfemo; è un grande peccato che non si dia più, e darei non so cosa per vederlo ancora una volta. M'è accaduto di assistere a suoi spettacoli non del tutto riusciti; non che fossero mai sciocchi o freddi, ma avevano qualcosa di slegato e frammentario; mi dispiaceva per lui, non per me, perché io mi divertivo ugualmente, quasi senza ombra di delusione; un momento di suprema bellezza c'era sempre: e per un fedele spettatore di Paolo Poli, come io sono, non importa molto la riuscita dello spettacolo, basta qualche attimo della sua presenza sulla scena, basta un attimo d'una sua canzone; per sentirgli cantare Sulle sponde del Tigrai penso che farei chilometri.

Dell'esito felice d'un suo spettacolo, mi rallegro sempre, come della fortuna d'un amico o d'un parente; in verità non sono che uno spettatore, e lui di persona lo conosco appena, per essere andata a salutarlo a volte nel suo camerino. Come persona, per quel poco che so di lui mi sembra estremamente civile, gentile e umile; si sa cosa può fare il successo con le persone, come può deformarle e involgarirle; pure mi sembra che sopra di lui il successo dovrebbe passare senza toccargli un capello.

Inoltre la sua fortuna fra la gente è una fortuna di qualità particolare, è qualcosa che sembra rifiorire ogni sera dal nulla e come per caso, senza alcun legame né con lo snobismo, né con la pubblicità, né con la moda. Benché egli abbia tra la gente grande fortuna, benché il suo teatro sia ogni sera pieno, pure non mi sembra che lui sia diventato di moda: e spero che una cosa tossica, aberrante e pericolosa come la moda non riesca a giocare con la sua persona. E del resto forse ogni essere ha la fortuna che il suo spirito chiede; e quando uno viene deturpato e involgarito dal successo, è perché i germi della volgarità erano in lui preesistenti, e si potevano scorgere nel suo spirito anche quando era solo e oscuro.

A pensarci bene, il segreto del fascino di Paolo Poli è proprio nella maniera nobile, civile e intelligente con cui tocca, esamina ed esprime la volgarità rimanendone pienamente immune. Poiché non c'è ombra di volgarità in lui, le volgarità e i luoghi comuni che estrae dal passato egli li illumina con un totale distacco, non in una caricatura deformante e grottesca ma in un disegno penetrante e limpido. Dell'Ottocento, del primo Novecento, altri avevano fatto parodie prima di lui. Di luoghi comuni e di trivialità del passato, esisteva una raccolta di parodie e farse che erano diventate non altro che luoghi comuni e trivialità nuovi. Paolo Poli ha buttato via dalla sua strada tutte le farse antiche; ci ha restituito un mondo fantastico che ai nostri occhi ha l'incanto delle cose ancor vive e dissepolte. L'ilarità in noi nasce dalla meraviglia, dalla grande felicità di poter toccare età remote con mani e sguardi totalmente nuovi.

Nel suo presente spettacolo, in mezzo a danze di zingare, neonati partoriti in cantina, spose tradite e sepolte vive, lui a un tratto prende a cantare Giovinezza. Canta questa canzone com'era prima che diventasse l'inno delle camicie nere, la restituisce in tutta la soavità floreale che aveva nella sua origine. È un momento meraviglioso. Questa «Giovinezza» di cui nessuno può dimenticare il destino e che sorge ad un tratto sopra una fantasia ottocentesca, mescolando le memorie e le età, ha il potere di riportare ai nostri piedi non soltanto la nostra infanzia, ma il mondo, le memorie e le illusioni della generazione che ci ha preceduto, cioè l'epoca dei nostri padri.

Su tali illusioni e memorie, non è proiettata alcuna sorta di rimpianto crepuscolare, ma le inchioda un giudizio inesorabile; melodie floreali e spoglie innocenti e soavi, nascondono futuri fatti di sangue, il lupo si nasconde dietro ai bianchi riccioli dell'agnello.

E solo lui può cantare Giovinezza in un teatro senza che riappaia né l'immagine di Mussolini, né l'ironia ormai vecchia e involgarita che si è usata su questa immagine. Solo lui può farlo, essendo lui l'esatto contrario del fascismo, essendo tutto quello che il fascismo ha voluto bandire dalla terra. O meglio, a Mussolini quando lui canta Giovinezza pensano tutti, ma per misurare e giudicare le distanze che ci separano sia dall'epoca in cui Mussolini viveva e operava, sia dall'epoca in cui l'abbiamo irriso. E in fondo appare chiaro che a Paolo Poli l'unica cosa che stia a cuore nelle sue parodie è questa, lo scoprire nella goffaggine, nella apparente innocenza e nel candore delle età perdute, i veleni e gli orrori delle future abbiezioni.

Natalia Ginzburg, Sulle sponde del Tigrai, in Mai devi domandarmi, Milano, Garzanti, 1970, pp. 97-101.

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