Non di sole lettere...

di Stefano Messuri -

19.08.16

«A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna».

Per tirare avanti Emilio Salgari fu costretto al ritmo forsennato di tre romanzi l'anno, fino a che gli tennero i nervi: poi si arrese al drammatico epilogo che sembra uscire da una delle sue storie. Con queste parole, e “spezzando la penna”, saluta gli editori. Ottocentesco fino all'ultimo.

Ma senza giungere a risvolti tragici la condizione (quasi uno stereotipo) dell'artista squattrinato sembra essere ricorrente, anche a prescindere dalla tutela dei diritti d'autore, perché in realtà ben pochi possono dire “Vissi d'arte…” (non nel senso dell'accorato rimprovero di Tosca all'Altissimo) quanto alla ragionevole aspettativa di poter campare dignitosamente del proprio un talento, discutendo di talento vero. Non è materia strettamente letteraria, me ne rendo conto, ma - scorrendo pagine immortali - raramente capita di pensare che l'autore si sia dovuto preoccupare di mettere insieme pranzo e cena.

E invece capita.

Poi c'è modo e modo di affrontare l'argomento.

Ma lì è questione di stile.

Nell'imperdibile “Estrosità rigorose di un consulente editoriale” (Piccola Biblioteca Adelphi, 2016) sono raccolti scritti inediti di Giorgio Manganelli editor dal 1961 al 1990; oltre al resoconto dei suoi straordinari pareri di lettura (alcuni divenuti leggendari, ed essi stessi piccole opere letterarie), si possono rintracciare echi più concreti con cui il vivere quotidiano deve pur misurarsi. E anche lì, lo stile e la lingua riferiscono la grandezza di un autore che “Catulleggiava costeggiando Mallarmè”, come scrive Salvatore Silvano Nigro.

Nel 1969 Manganelli (di professione insegnante di lingua inglese presso un istituto tecnico), che con Feltrinelli aveva già pubblicato Hilarotragoedia (1964) e La letteratura come menzogna (1967), scrive all'editore per comunicargli l'accettazione dell'offerta di Einaudi, che lo vuole sotto le insegne dello struzzo e «… Con la maggiore pacatezza che consente il discorso scritto della lettera…» ne spiega le ragioni: «…Lei ben sa che, in questa società, uno scrittore non facile, non cinematografico, ha assai scarse possibilità di attendere al proprio inevitabilmente lento lavoro. Come le ho detto io voglio continuare a scrivere, e per riuscire a tanto debbo crearmi delle condizioni di sopravvivenza al di fuori della scuola. Non so se ci riuscirò [un'affermazione di misura che dovrebbe far riflettere molti attuali autori, n.d.r.], ma gli specifici rapporti che già da tempo mi legano alla Casa editrice Einaudi me ne danno la speranza. Voglio tentare».

Feltrinelli non la prende bene, a differenza di quanto poi accade mutatis mutandis quando Manganelli, nel 1975, lascia lo Struzzo per Rizzoli.

Lo stile rimane difficile da eguagliare: «Caro Einaudi, ti scrivo, non senza malinconia e rammarico (…) per informarti che (…) dovrò chiudere la collaborazione con la casa editrice che porta il tuo nome. Mi sono state offerte condizioni tali (…) che in pratica risolvono i problemi fondamentali della mia esistenza pratica e non solo pratica (…). È una decisione rigorosamente economica, e non posso che deplorare che io debba di conseguenza lasciare una casa editrice di cui ho apprezzato l'eleganza intellettuale, lo stile morale, e anche, debbo dire, l'impareggiabile raffinatezza grafica».

Ma la malinconia e il rammarico hanno radici che affondano nei mercoledì Einaudi in via Biancamano quando Manganelli si “intorinàva”, e nei ritiri spirituali di Rhemes: «presso la casa editrice Einaudi ho trovato amici che spero capiranno e non vedranno nel mio gesto se non quello che c'è: spero che la tua e la loro amicizia non verrà meno, come non viene meno la mia amicizia».

E infatti i rapporti di amicizia rimango inalterati. Nel 1977 Ernesto Ferrero scrive al ‘Maestro': «se editorialmente parlando sei ridiventato signorino, ricordati dell'immutato affetto e della stima che lo Struzzo ti ha sempre portato e ti porta. E poiché qui parla in primo luogo l'amico, lasciami dire che ai tuoi libri nulla si attaglia con più naturalezza di quell'araldico pennuto» E così lo saluta, da parte «dell'intera consorteria».

A leggere queste lettere vien da pensare a quanto sia bella la lingua italiana, anche a declinarla sul pratico.

Questione di stile, dicevamo.

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