«Oscar», ovvero il coraggio di sognare

di Stefano Messuri -

14.04.16

Summertime è la stagione che segna l'inizio di questo racconto: note immortali spezzano un silenzio di paura e salgono altissime a svelare una veduta aerea di perfetta armonia, come la natura senza l'uomo, un ‘suono' di colori; dalla stessa altezza il rumore osceno dei bombardieri rompe l'incantesimo, mitraglia inutilmente una piazza vuota e costringe alla fuga l'ultimo uomo, che suona.

Forme diverse della stessa materia umana creano il miracolo della musica e producono la follia di chi vuole zittirla.

Oscar è questo: un pezzo di vita attraversato dalla forza dei sentimenti; vergogna di leggi razziali e solidarietà, tradimento e vendetta, amore e distacco, forza del sogno e libertà, musica.

E necessità della memoria, unamemoria che può esprimersi tutta intera in una sola lacrima.

Sono temi noti, li abbiamo già incontrati al cinema, sui libri e nei ricordi, e proprio per questo difficili da maneggiare: da un lato funzionali alla presa sul pubblico, dall'altro esposti al pericolo del già visto, alle lusinghe della retorica.

Dennis Dellai ha corso questo rischio, ma ne esce vincente.

Oscar emoziona lasciando addosso un groviglio di sentimenti che non va più via; conduce la sua vicenda particolare al significato universale che tutti (ri)conosciamo, con la forza della semplicità; l'esatto opposto del semplicismo, o della banalità.

Raccontare in modo semplice significa conoscere la materia che si modella, liberarsi da scorie retoriche e ideologiche, calpestare la stessa terra che si descrive, respirare la stessa aria di quelle persone, parlare la loro lingua, ascoltarne la voce.

Ilfilm prende le mosse da una storia vera, ma non sarebbe bastato questo a renderlo “credibile”: lo diventa in mano ai suoi autori perché rispetta il principio ineludibile di coerenza interna del racconto, mantiene il patto con lo spettatore, la prima regola da osservarsi per chiunque prenda in mano una penna o una macchina da presa.

Per riuscirci serviva la collaudata alchimia del duo Dellai-Turbian, la loro competenza nella scrittura e nella regia, l'onestà intellettuale e l'umiltà di chi racconta senza mettersi in cattedra, di chi mostra senza giudicare e senza appoggiarsi al facile puntello del senno del poi.

La scrittura e la regia di Oscar offrono un fedele autoritratto dei suoi autori, che firmano una sceneggiatura solida, antiretorica e priva di eccessi o caricature; convincente anche nelle figure chiave più difficili, nei chiaroscuri narrativamente ‘pericolosi' da affrontare in una prospettiva storica ancora pulsante. È molto efficace, ad esempio, la descrizione di quei funzionari in buona fede abbandonati a se stessi da uno stato fantoccio, costretti dall'«alleato» all'osservanza di leggi inconcepibili, fino allora (in parte) mitigate dal buon senso popolare e dalla solidarietà tra simili; diventano quindi credibili la rappresentazione del loro sconcerto, la certezza del rifiuto di ordini illegittimi e infami.

Non manca la scena ‘dura', comunque calibrata in funzione narrativa, perché sempre di tragedia stiamo parlando; il contrappunto delle sequenze di alleggerimento (la festa in piazza, i momenti di allegria, la ‘normalità') evidenzia per contrasto l'assurdità di una guerra incomprensibile alla gente, e la pericolosa china assolutoria nei confronti della violenza cui porta ogni conflitto, a prescindere dalle appartenenze: “niente processo per i traditori”. In questo Dellai conferma un equilibrio di stile già chiaro nel fortunato precedente di Terre Rosse.

La sua regia (affiancata dall'immancabile aiuto Davide Viero) è sicura e naturale, mai debordante, precisa nelle sequenze corali, misurata e rispettosa nei ritratti intimi e nei dialoghi.

Dellai controlla da professionista la luce e la macchina da presa, rivela di amare il cinema e i suoi maestri. Non sfugge l'omaggio a Spielberg e all'indimenticabile cappottino rosso di Schindler's List [anche Schindler si chiamava Osc(k)ar], qui tuttavia rievocato in funzione salvifica e risolutiva; la colonna sonora attraversa ogni inquadratura, una musica che diventa (anche) condivisione, segno di solidarietà che si materializza nel vinile ‘proibito' di Gershwin, simbolo e testimone di un sogno di libertà e della volontà di perseguirlo.

Una bella fotografia accompagna e sostiene la linea narrativa, alternando con maestria toni e luci, il montaggio ‘scompare' abilmente nelle sequenze di azione.

Il cast è in stato di grazia. Leonardo Pompa e Sara Lazzaro offrono un'interpretazione intensa ed equilibrata; Piergiorgio Piccoli padroneggia la scena, Anna Zago è all'ennesima conferma, Davide Dolores, Guido Laurjni e Loris Rampazzo tra i ruoli più riusciti, Carlo Properzi Curti crea un personaggio difficile da dimenticare. Nel cameo finale l'indiscutibile spessore di Mariano Rigillo.

«Eravamo pieni di sogni, volevamo solo la libertà di poterli vivere» - dice Oscar.

Con grande impegno, forza e passione Dennis Dellai ha raggiunto il suo.

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