Parise, Zanzotto e la poesia dei Bronzi di Riace

06.03.16

È il contenente che ci imbomba

le fioriture di rame

il cristallo dei sali minerali

e soprattutto l'onda obliqua del talassa

Il contenuto lo fa la storia

meglio la cronistoria

le forme svettano dopo la crosta

ma è la crosta

il calmo accenno in sciacquï salini

alla difettibile libido di sopravvivenza

Nel fondo tra mezze luci

di sole occulto da millenni

una mano crostata tendeva al riconoscimento

ma la sua sostanza storica

aveva già compiuto il viaggio fatale

Immersi in onde di calma profondità

essi attendevano una resurrectio di gloria

ma ciò non avvenne

Maratona era vinta ormai da millenni

non rimaneva che esporre

all'occhio omosex

i ben formosi glutei

privi di lancia e di scudo

non restava di sé che il desio mediterraneo

Tale fu il recupero

ma ben altra gloria dello spirito

e non del sesso

gli sarebbe toccata

fuori dall'inghiottir del mare

gloria che toccò ad altri

di cui si salvarono dalle acque o

da minerali

ben più misere e datate spoglie.

Sono passati trent'anni dalla composizione di questa lirica, scritta pochi mesi prima della morte di Goffredo Parise. “È il continente che ci imbomba” è una riflessione in versi liberi incentrata sul momento del ritrovamento dei bronzi di Riace, emersi dalle profondità della costa jonica calabrese nel 1972, quando un sub non professionista notò il braccio di una delle due statue emergere dal mare. Da questo dato storico, Parise crea una panoramica poetica sulla dicotomia tra “contenente” e “contenuto” e sull'eternità dell'ingegno umano, che sopravvive, per quanto colpito nelle forme, per millenni. Affiorano dallo Jonio le due statue, e proprio l'acqua, per un autore altrove definito “piavenauta” (Francesco Maino, University of Oxford, 01.02.2016), che scelse il fiume Piave come dimora d'elezione, gioca un ruolo fondamentale: è motore creativo di linguaggio (‘imbombare' ha un numero trascurabile di occorrenze nell'italiano moderno), attivatore di traslitterazioni classicheggianti (al v.4 ‘talassa' non è altro che il greco θάλασσα, ‘mare') e garante di conservazione della bellezza. La fascinazione mediterranea è dominata dalla classicità dei Bronzi, che Parise già utilizzò come metafora e segnale della presenza di armonia. Parlando della poetica di Andrea Zanzotto, così definì l'arte del poeta: “Mi è impossibile non avanzare una mia idea, non una interpretazione, una idea. L'idea che Zanzotto (…) rappresenti inconsapevolmente non solo in forma ma anche con esistenza ctonia, le albe di quella che sarà una nuova forma d'arte (di tutte le arti) che, ancora per semplificazione, si potrebbe chiamare “psichica”. Un informatore segreto, una spia, una vera e propria spia come, per cammino inverso, lo furono i bronzi di Riace: là dove si indovina uno scudo che non c'è, una pupilla smaltata di azzurro, dove è solo bronzo con un'ombra, uno scotoma latteo” (Corriere della sera, 18.11.1983).

È il contenente…” in Nessuno crede al merlo d'acqua. Le ultime Poesie di Goffredo Parise, a cura di D. Colucci, Ed. Iannone, 2011.

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