POESIA SOTTO I GELSI. SALGAREDA, 15 GIUGNO 2019

di Matteo Vercesi -

20.07.19

«[…] la mancanza di desideri è il segno della fine

della gioventù e il primo e lontanissimo avvertimento

della vera fine della vita»[1]

 

 

Se oggi ci si è riuniti nel giardino della “casetta rosa”, in questo prezioso orto concluso della letteratura, è perché tutti noi siamo nutriti dal desiderio di ascoltare parole mai prima udite, dalla necessità di riconfigurare la nostra dimensione quotidiana scorgendo l'inconsueto nel consueto, riaffacciandoci a quella pluralità di senso che si irradia, come un fiume carsico, lungo diramazioni sotterranee (le quali, talvolta, in un modo imprevedibile e inaspettato, riaffiorano offrendo nuova vita, nuovi perimetri agli spazi umani). Il nostro essere qui oggi vuol rappresentare altresì una celebrazione di rinascita di questo luogo, dopo l'alluvione di acqua e fango che ha colpito questa dimora lo scorso ottobre.

Andrea Zanzotto affermò che «la storia si risolve sempre in tragica e poi sempre meno significativa geografia, lasciando sulla ‘pelle' della terra i graffi, le tracce dei suoi conflitti o della sua inerzia, che diventano sempre più equivoci con l'andare del tempo»[2]. In questo sabato assistiamo invece, evento raro, ad una mescidazione virtuosa tra la storia (il Novecento dei vastissimi orizzonti di Parise che si irradia sino a qui) e la geografia (una natura che resiste al degrado e che offre riparo all'uomo).

Giorgio Agamben, nel suo ultimo libro, uscito in queste ultime settimane per i tipi di Neri Pozza e intitolato Il regno e il giardino, ci ricorda che secondo la tradizione teologica l'uomo avrebbe dimorato nel paradiso terrestre (l'origine del termine ‘paradiso' deriva da ‘giardino') non più di sei ore. Quella poetica è dimensione fugace, brevissima, se rapportata al flusso temporale delle nostre esistenze, eppure rappresenta un paradigma esperienziale che condiziona irrimediabilmente le nostre vite, la modalità di attribuire senso al nostro reale, in un tentativo sempre rinnovato di riparare l'irreparabile. Parole che transitano e svaniscono, lasciando minute tracce del loro passaggio.

I poeti presenti (Mauro Sambi, Alessandro Mistrorigo, Stefano Allievi, Andrea Longega), che ringrazio per aver riposto fiducia in questo progetto editoriale, hanno dato prova di aver espresso al massimo grado, ognuno con le proprie specificità, uno dei principi ispiratori della nostra collana: la ‘dislocazione' (linguistica, fisica, prospettica). “Qui e altrove” rimanda infatti ad una compresenza, soltanto all'apparenza ossimorica, tra il presente e un'altra temporalità, tra la vicinanza e la distanza, tra il micro e il macrocosmo, fra tradizione (anche tipografica) e innovazione culturale.

Penso all'eleganza del dettato di Sambi, alle stratificazioni semantiche di Mistrorigo, alla sovversione delle prospettive di Allievi, all'Ellade contemporanea di Longega, che ci dimostrano come il nostro rapporto con il presente (e, per converso, con noi stessi e con gli altri), non sia mai identità acquisita bensì apertura alla metamorfosi mediante la lingua e le lingue.

Sulla scia della lezione di Walter Benjamin, occorrerebbe ricordare più spesso che in fondo ogni ricerca è un'archeologia, che il presente non può che essere letto attraverso le tracce del passato per garantirci un approdo minimo di senso. Il “qui” è ora, l'“altrove” è anche ciò che siamo stati e ciò che ci ha preceduto.

Non ci resta che affrontare questo nuovo viaggio attraverso l'ascolto delle prossime letture.

 

[1] Goffredo Parise, Caccia, in Sillabari veneti, con cinque disegni di Giosetta Fioroni e uno scritto di Francesco Maino, Vicenza, Ronzani Editore 2016, p. 42.

[2] Si veda Sara Massafra, Il poeta dell'Antropocene. L'attualità dell'opera di Andrea Zanzotto ai tempi della crisi climatica, nel sito  https://www.iltascabile.com/letterature/poeta-antropocene/ (23.5.2019).

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