Un Negroni a San Marco con Goffredo Parise

10.04.16

Un giorno un uomo aveva un appuntamento con una donna al caffè Florian, a Venezia, alle sette e mezzo di sera. Era l’inizio dell’estate, entrambi avevano un’età particolare, lui quaranta, lei trentacinque, in cui possono succedere molte cose nell’animo umano ma è meglio non succedano perché è tardi ed è inutile illudersi di tornare ragazzi.

Venezia, madrepatria d’elezione per Goffredo Parise. Qui per la prima volta vide la luce un suo libro, Il ragazzo morto e le comete, nel 1951, in una tiratura di mille copie, un romanzo tanto sperimentale quanto d’insuccesso, pubblicato grazie al coraggio di Neri Pozza. In Grazia, Sillabario ambientato interamente in Piazza San Marco, il luoghi diventano ambientazione di un piccolo flirt tra un quarantenne agiato e una giovane donna di poco più giovane. Il Caffè Florian, teatro dell’aperitivo d’incontro tra i due, e il Caffè Quadri, dove consumeranno la cena, sono le uniche informazioni che il lettore ha a disposizione. Il resto, storia, nomi, occupazioni dei protagonisti rientrano in quella perfetta indeterminazione che Parise seppe mettere in campo nella composizione dei Sillabari, caratteristica tanto forte quanto inaspettata, se la si confronta con la puntualità cronachistica dei reportage. “Indefinitezza”, questa la connotazione dello stile dei Sillabari per il critico e storico della letteratura Pier Vincenzo Mengaldo (P.V. MENGALDO, Parise, la vita affidata al caso, «Corriere della Sera», 21 ottobre 1998). La mancata precisazione dell’identità porta all’universalizzazione dell’esperienza narrata, la cronaca prende una sfumatura di poesia, allontanandosi dalla registrazione prosaica del dato nominale, evenemenziale, e generando così sospensione e tensione poetica.

L’uomo allora la guardò, un po’ di sottecchi, e ancora una volta osservando bene le belle labbra, i denti, la pelle ambrata e un po’ rossa per i Negroni agli zigomi e soprattutto i grandi occhi pieni di una inestinguibile vivacità, provò una stretta al cuore. Era un sentimento che non aveva mai provato con nessuna donna. Cos’era? Non sapeva. Sapeva però che un uguale sentimento l’aveva provato da bambino, quando aveva rincorso un mendicante ubriacone, tutto rosso in faccia, che era stato cacciato di casa, per dargli un paio di scarpe di suo padre. Gliele aveva date con molto fervore e con insistenza e l’altro aveva capito tutto: lo aveva guardato con occhi seri e gentili, gentilmente aveva preso le scarpe dalle sue mani e aveva detto: «Grazie».

Il gioco delle differenze è dato da un procedimento di agglomerazione di dati laterali, dettagli forniti specularmente alla mancanza di definizione dei personaggi. Da questi piccoli cenni descrittivi capiamo che è un piccolo flirt d’inizio estate, senza futuro, forse a causa dei differenti mondi da cui provengono i due: lui moderato e lieve, distaccato nei confronti di cibo e alcol, lei colorita, rumorosa, gioiosamente fuori posto tra Negroni e gelato nel lussuoso caffè Quadri. Non succede quasi nulla, in un’atmosfera sospesa tra malinconia e grazia.

L’uomo osservò lentamente e con il cuore stretto tutto quel piccolo e graziosissimo traffico di gatto, poi riprese a parlare. Lei gli diceva che conosceva Roma, era stata molti anni prima quando era fidanzata a un romano. «Le trattorie di Roma, all’aperto, il ponentino...» disse con gli occhi lucidi come commossa dal ricordo. E cantò, tutta intera, con le parole in romanesco, una canzone romana di quegli anni sempre dondolando il capo. Cantava a bassa voce un po’ rauca ma siccome erano loro due soli in mezzo a quei damaschi rossi, anche i camerieri stavano a sentire. Non sapendo che altro fare l’uomo le prese una mano, che era piccola, e gliela strinse leggermente.

Immagine: Giosetta Fioroni, Lido di Venezia, Ciclo “I Sillabari”, 2004

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