Raffaello Bertieri

Raffaello Bertieri (pseudonimo Carlo Lorettoni). - Nato a Firenze il 5 genn. 1875, da modesta famiglia, non frequentò che il primo ciclo elementare; presto passò come garzone nella bottega paterna di carbonaio, poi in una libreria. A tredici anni entrava in tipografia; a sedici era operaio compositore alla tipografia Meozzi e, infine, appena ventenne, revisore tecnico e artistico dello stabilimento fiorentino di S. Landi. Presidente della Federazione del libro a soli ventitré anni, dal 1901 al 1905 interruppe il lavoro di tipografia vero e proprio per assumere la rappresentanza commerciale della milanese "Macchine grafiche", che gli offriva non solo l'occasione di entrare nella redazione della rivista Il Risorgimento grafico, che datava dal 1902, ma soprattutto di venire in contatto con la situazione reale della tipografia italiana, allora in serio ritardo nei confronti di quella straniera.
In società con P. Vanzetti il B. tornava alla tipografia nel 1906, aprendo a Milano un'officina propria, quella che nel 1927 doveva diventare l'Istituto grafico Bertieri. Dal 1919 al 1925 fu chiamato a dirigere la Scuola del libro all'Umanitaria di Milano, che sotto la sua spinta appassionata si qualificò come il più completo istituto professionale in Italia.
Se c'era da risollevare le sorti della tipografia italiana, nello scontro diretto e inevitabile con la tipografia straniera più titolata, la cosa migliore era appunto cominciare con la scuola. Era questa una questione che il B. aveva sollevato al congresso della Società italiana per il progresso delle scienze nel 1917,quando aveva proclamato la necessità di una tipografia nazionale contro il lungo periodo di apprendistato e di soggezione straniera. Di ciò era ovvio, però, che tentasse di approfittare il fascismo con i suoi furori nazionalisti, anche a scapito dello stesso Bertieri.
Rinnovatore della tipografia italiana, il B. si preoccupò di esperimentarne e teorizzarne ragioni e prospettive. Favorirono il disegno l'appassionato studio dei secoli d'oro della tipografia del libro italiano (donde i numerosi saggi sui primi disegnatori di caratteri: il Pacioli, il De Fanti, il Vicentino); l'adesione, sia pure con qualche riluttanza, alla lezione bodoniana (e circolavano ancora in Italia e fuori opinioni contrastanti in argomento). Meglio, l'animo aperto - anche se alcune contraddizioni furono inevitabili - a chiarire e ad accogliere quanto, fuori d'Italia, la tipografia aveva già sperimentato. La nobiltà del rinnovamento propugnato dal B., attraverso le pagine del Risorgimento grafico (dal 1906 ne divenne proprietario e fino al 1941 uscirono trentaquattro volumi), può riassumersi nella progressiva sprovincializzazione della nostra tipografia, chiamata (talvolta sia pure in difficoltà critica di fronte al Liberty e poi al De Styl e al Bauhaus) a svolgere un ruolo effettivamente più consapevole. Memorabili furono i concorsi di grafica organizzati dalla rivista.
Grazie al B., il libro italiano cominciò a frequentare le grandi rassegne internazionali e a raccogliervi premi e riconoscimenti: si ricordano la mostra viaggiante per il Nordamerica (1920), le mostre al congresso internazionale dei bibliotecari a Roma (1922) e alla Triennale delle arti decorative a Monza (1922), all'esposizione di Parigi (1925 e 1937), a New York (1928).
Nel 1925 vi fu la consacrazione al Museo Plantin di Anversa, dove il B. presentò trentasei libri, confidando nel Catalogo della Mostra il suo credo: "Ho sostenuto la necessità di ispirarsi alle tradizioni più pure del sedicesimo secolo, interpretandole con spirito moderno". I documenti più in vista della sua inquietudine sperimentalistica sono i saggi sui righini, sulla punteggiatura, sugli accapo: teorizzazioni a volte ingenue e quasi mai decisive, che comunque ebbero il pregio di mettere il campo tipografico italiano sotto accusa e di rinnovarlo, proprio con un'opera diuturna di sollecitazione, alla ricerca e allo studio. "Nova ex antiquis" era il suo motto prediletto.
Consulente artistico della maggiore fonderia italiana (Nebiolo), dal 1923 al 1933 il B. ne diresse l'Archivio tipografico presentando i nuovi caratteri che uscivano sul mercato. Podestà di Asso (Milano) dal 1926 al 1941, ogni anno organizzò in quel centro la festa del libro, che, forse un po' pomposamente, chiamò le sue "pastorali". Saltuaria, ma non fortunata, la sue esperienza di editore: autori di scarso conto che la buona stampa non valse mai a sottrarre, se non all'indifferenza, alla mediocrità. Perché il B. rimaneva tipografo, e un testo valeva solo in vista della sua realizzazione, della sua architettura tipografica.
Con lui ebbe quindi un estremo fulgore la figura del tipografo-artista, che cerca l'armonia e la bellezza, le proprietà espressive di un carattere e la sua figura ideale. Ma, nel caso nostro, con il presentimento anche che la stagione artigianale della tipografia era in liquidazione, incalzando le nuove e massicce soluzioni industriali. Depone a vantaggio di questa novità, da lui in fondo pienamente intuita, il fatto che il B. abbia preferito al "libro per amatore" - a risultati di eccezione ma pressoché privati - il libro bello e perfetto "per tutti".
Non fu un disegnatore di caratteri, ma contribuì moltissimo con studi e suggerimenti alla creazione di alcuni tipi ispirati ad alfabeti di calligrafi soprattutto del sec. XVI, quali il "Ruano", fuso nel 1926, motivato sulla cancelleresca "verticale" di Ferdinando Ruano (1540); il "Sinibaldi" su manoscritti di Antonio Sinibaldi (1400) e già inciso in America ai primi del secolo grazie a Guido Biagi e William D. Orcutt, poi completato e perfezionato in Italia nel 1928 quando il B. ne ricuperò le matrici; il "Paganini" in collaborazione con Alessandro Butti, tra il 1926 e il 1928, alfabeto armonioso e di notevole finezza, senz'altro il più riuscito ad anche il più fortunato.
Del B. si ricordano i seguenti scritti: L'Arte di G. B. Bodoni,con una nota biografica a cura di G. Fumagalli, Milano 1913; Come nasce un libro, ibid. 1931; 20 alfabeti brevemente illustrati, ibid. 1933; Il libro italiano nel Novecento, ibid. 1935.
Il B. morì ad Asso il 30 maggio 1941.

Bibl.: M. Ferrigni-P. Trevisani, Addio Bertieri!, in Il Risorgimento grafico, XXXVII (1941), n. 12, pp. 457-470; P. Trevisani, Storia della stampa, Roma 1953, pp. 261-263; Boll. mensile del Centro studi grafici di Milano, XVIII (1964), n. 191-192 (interamente dedicato al B.); F. Riva, Il libro italiano 1800-1965, Milano 1966, pp. 12 s., 20-25, 47-53; Onoranze a R. B., a cura del Centro di Studi grafici, Milano 1966.

 

Fonte: Dizionario Biografico degli Italiani.

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